Mozione di sfiducia a Lotti, Berlusconi lo salva

Mozione di sfiducia a Lotti, Berlusconi lo salva - Marino Spada

 E' prevista per il prssimo 15 Marzo la discussione della mozione di sfiducia, presentata dal Movimento 5 Stelle nei confronti del Ministro Luca Lotti, coinvolto nel caso Consip, indagato per avere rivelato, secondo quanto affermato dalla Procura della Repubblica, dell'esitenza delle indagini a carico dei vertici dell'organismo che gestisce appalti della pubblica amministrazione.  Se il salavataggio del Partito Democratico era scontato, la vera novità è rappresentata dalla presa di posizione del leader di Forza italia, Silvio Berluscopni che ha annunciato di essere da sempre un garantista e che non voterà la mozione di sfiducia. Ora spettiamo cosa faranno i fuoriusciti dei dem, Bersani e compagni. La coerenza non è certamente qualcosa che si compra. Vediamo se lo sono sino in fondo.

Il nuovo libro di Alessandro Di Battista

Il nuovo libro di Alessandro Di  Battista - Marino Spada

Nel secolo scorso, Jean Piaget, direttore dell’Institut J. Rousseau di Ginevra, in un famoso studio, definisce l’intelligenza adattamento mentale a ogni nuova circostanza. Massima breve, chiara, sottile, notevole. Nel cervello umano, il processo di apprendimento è associato all’istinto (fattore ereditario), all’abitudine (ripetizione di comportamento), alla logica (dato non originario) che fissa l’attenzione su un fenomeno, ignorando spesso ogni altra cosa. Insomma, errore frequente è percepire le funzioni intellettive con i predetti, evanescenti concetti. In realtà, ogni essere vivente incontra ambienti eterogenei e, di volta in volta, modifica il suo rapporto con essi armonicamente, senza sbalzi. Tale natura adattiva  dell’intelligenza emerge in modo nuovo nel prezioso libro di Alessandro Di Battista, A testa in su, sottotitolo: Investire in felicità per non essere sudditi (Rizzoli, 2016). Livre de chevet intenso, è scritto per coloro che ragionano onestamente, honeste ratiocinantes, dotati di spirito critico, autonomia culturale, libertà di coscienza. Tale tensione sviluppa ed esplica un rapporto dialettico con le mille parvenze del mondo colte nella loro freschezza con vivace serenità.

Secondo pregio del lavoro in esame è il recupero di perdute dimensioni, paesaggi esotici, sentimenti istintivi non ancora livellati dalla civiltà di massa. Scrittore elegantissimo, Alessandro Di Battista si serve di una prosa fluida e trasparente, circonfusa spesso da alone lirico. Egli adotta una tecnica espositiva in cui confessioni autobiografiche, riflessioni filosofiche, ricerche etnografiche, indagini sociologiche si fondono mirabilmente in un sapere unitario non disarticolato in settori disciplinari tra loro divisi e incomunicabili come compartimenti stagno. Pur conoscendo bene le metropoli, il nostro autore non si lascia irretire da esse. Vi studia e, nella capitale, consegue una laurea in arte, musica, spettacolo (DAMS) e un Master in «tutela internazionale dei diritti umani». Il viaggio è un investimento in felicità, scrive. Così, via. Nel 2010 è in Argentina, Cile, Paraguay, Bolivia, Perù, Ecuador, Colombia, Panama, Costa Rica, Nicaragua, Guatemala, Cuba. Scrive il saggio: Sulle nuove politiche continentali. Nel 2012 stesso itinerario e, a fine anno, pubblica Sicari a cinque euro, sulle prestazioni dei killer in Sudamerica. Di Battista pianta sempre tutto per assecondare la vocazione di vivere on the road, sulla strada, fuori dal conformismo. La natura inviolata gli ispira pagine di suggestiva bellezza espressiva. Il silenzio delle notti interminabili, l’argento delle stelle, i bivacchi sotto alberi giganteschi, gli odori delle erbe esotiche, i temporali improvvisi, lo scintillio delle acque lungo i fiumi, gli altopiani ondulati e le verdi distese: un magico universo che accoglie e nutre nel suo grembo ogni creatura senza chiedere nulla in cambio, se non umiltà e consapevole rispetto per i delicati equilibri dell’ecosistema. Solo nell’arcano palpito della natura, si scorge veramente il valore della vita. Non è la terra che appartiene a noi. Siamo noi vincolati ad essa. Lo sanno bene le pacifiche popolazioni che il Nostro incontra e con le quali collabora per denunciare gli interventi distruttivi delle multinazionali nordamericane: estrazione intensiva di minerali, cementificazione di fiumi per dighe, deforestazione progressiva per il commercio di legnami pregiati come il mogano e il pino di Paranà.

Torniamo ora alla nota dominante: le sue peregrinazioni. Viaggiare non è raggiungere una meta ma l’uscita dalla monotonia della quotidianità, esporsi all’insolito, meditare liberamente sulle circostanze della moderna condizione umana. Qui filtra la tesi di un processo globale di reificazione portato avanti dal neoliberismo: ideologia che affida all’idolatria della moneta il senso della vita, il destino degli uomini e il dominio sulla natura. Lucrum, gaudium, il guadagno è gioia. Un motto lontano anni luce dal sempre disoccupato, squattrinato, modesto lavoratore Alessandro Di Battista. In America Latina, l’autostop è sua scelta ideale per spostarsi da una località all’altra. Lo qualifica fantastica metafora della vita. Non ha fretta. Gira con lentezza. Fa di tutto: scarica cemento sul fiume Paranà, pesca aragoste con gli indigeni kuma a San Blas, vende orecchini sulle spiagge di Valparaíso e Viña del Mar, carica sabbia sui camion in Honduras, scarica maiali sul Rio delle Amazzoni e via dicendo. È proprio vero che i generi di lavoro manuale favoriscono i rapporti con le comunità per capirne usi, costumi, valori, indigenze, passioni. In fondo la politica, quella autentica, è stare insieme e tentare insieme per risolvere i problemi. Conoscersi, frequentarsi e, al bisogno, sostenersi moralmente e materialmente. Spazi umani e relazioni conviviali permettono un salto evolutivo del pensiero e dell’organizzazione istituzionale contro astuzia, rapacità e cinismo intonati all’homo, homini lupus di Hobbes. In sintesi, il senso corale della vita resta il fulcro, il nucleo centrale del pensiero e azione di Alessandro Di Battista. Ovviamente, il libro in esame contiene numerosi capitoli dedicati al movimento 5 Stelle, alla sua genesi e ascesa. Fondato il 4 ottobre 2009, a Milano, da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, alle elezioni del 24 e 25 febbraio ottiene alla Camera il 25,5 per cento dei voti. È il primo partito con oltre 8,6 milioni di preferenze. Finalmente, una ventata di aria fresca scuote la greve atmosfera della politica italiana. I punti chiave del programma sono: reddito di cittadinanza; misure immediate per il rilancio della piccola e media impresa; legge anticorruzione; informatizzazione e semplificazione dello Stato; abolizione dei contributi pubblici ai partiti; istituzione di un «politometro» per verificare arricchimenti illeciti dei politici negli ultimi venti anni; referendum propositivi e senza quorum; obbligo di discussione di ogni legge di iniziativa popolare in parlamento con voto palese; una sola rete televisiva pubblica, senza pubblicità, indipendente dai partiti; elezione diretta dei parlamentari alla Camera e al Senato; referendum sulla permanenza nell’euro; massimo di due mandati elettivi; legge sul conflitto di interessi; ripristino dei fondi tagliati alla Sanità e alla Scuola pubblica; abolizione dei finanziamenti diretti e indiretti ai giornali; accesso gratuito alla Rete per cittadinanza; abolizione dell’IMU sulla prima casa; eliminazione delle Province; abolizione di Equitalia. Una volta eletti, i nuovi giovani parlamentari (età media 33 anni) non deludono. In primis, restituiscono 42 milioni di rimborsi elettorali, consegnano 420.000 euro ai terremotati di Mirandola, si tagliano stipendi e diaria destinando un milione e mezzo al micro-credito, avanzano numerosissime proposte di legge, tecnicamente perfette, grazie alla collaborazione gratuita di eminenti costituzionalisti. Impegno ed entusiasmo. Alessandro Di Battista evoca i fatti da par suo, con un magistero che si accentua di capitolo in capitolo. Propone una ricetta di due parole: democrazia partecipativa. Spieghiamola. La democrazia può essere concepita in senso formale oppure sostanziale. La prima, quella esteriore, apparente, di convenienza, si limita al voto di delega. I parlamentari eletti, una volta entrati nella turris eburnea del potere, non vogliono disturbi, convinti della massima di Calvino: il potere spetta a chi lo ha. Così, in spregio allo stesso art. 49 della nostra Costituzione sul diritto del cittadino di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale, gli organi statuali sono centri di dominio la cui gestione sfugge al controllo di base. In parole povere, si tratta di una democrazia simulata, elettoralistica, burlesca che esige il consenso passivo dei cittadini, l’adesione incondizionata ai prodotti politici confezionati in alto da notabili istituzionali, professionisti del potere. A ciò si aggiunge il nefasto condizionamento esercitato dai mass media che, attraverso l’informazione addomesticata, demoliscono l’arte del pensare, suscitano bagliori emotivi, manipolano gli animi. L’incivile spettacolo si chiama «bourrage de crânes», imbonimento di cervelli: i cittadini degenerano in sudditi inconsapevoli, in burattini con diritto di voto. Alla democrazia formale si contrappone quella diretta e partecipativa, dove tutti hanno peso politico: cittadini, associazioni, enti locali. Essa nasce dalla convinzione che la trasformazione di una società non è ineluttabilmente materia di pochi, pratica di vertice, ma, viceversa, una faccenda di tutti. L’esperienza insegna che i governi che si chiudono a riccio, senza collegamento organico con il popolo, o rimane immobile o ne combina di tutti i colori. La democrazia partecipativa non è modello astruso, inapplicabile nella realtà. La troviamo in alcuni territori del Brasile, a Porto Alegre e in numerose regioni dell’India. Di fronte ai fenomeni negativi della globalizzazione capitalistica (sfruttamento del lavoro, saccheggio di risorse, inquinamento, appiattimento culturale) gli abitanti di questi paesi hanno imboccato la strada dello sviluppo locale sostenibile, della tutela identitaria, della valorizzazione della propria terra. Ad un ordine mondiale piramidale sulla cui sommità sono insediati i supremi centri di controllo tecnologico, finanziario e mediatico, le suddette popolazioni, giova ripeterlo, scelgono una società autogestita, responsabile, con progetti locali proposti dai cittadini stessi e dalle reti associative. Gli organi esecutivi hanno funzione di coordinamento nella realizzazione di quanto deciso dai residenti. E in Italia? Alessandro Di Battista interviene nel dibattito assumendo posizione gramsciana: pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà. Vede il lato negativo della situazione e nello stesso tempo manifesta buone speranze di mutamento.  Lucidamente, percepisce l’oscurità dei tempi: estinzione della sinistra novecentesca, cancellazione delle nuove generazioni dall’orizzonte sociale, ipocrisia della destra tecnocratica mascherata da centro sinistra, una classe politica impresentabile per trasformismo, appetiti, cordate e lobby. Scenari simili fanno alzare le mani, rifluire nel privato e, per i più disperati, sparire in convento per abbracciare tutt’altra fede. Alessandro Di Battista non si arrende. Il cambiamento è possibile, anche in tempi brevi. A condizione però di camminare a testa in su, con la schiena dritta. Il vero guaio è il servilismo, veleno che intossica ogni fibra della coesistenza. Non a caso cita Etienne de Boétie, autore del Discorso sulla servitù volontaria, pamphlet pubblicato clandestinamente nel 1549, ove si sostiene che la servitude volontaire, purtroppo, è preferita alla libertà, giacché il cortigiano, sottomesso e obbediente, gode di tranquillità e sostegno. Meglio ammanicati e foraggiati che indipendenti ma tormentati dalle incertezze economiche. Dunque, hombre vertical, come dicono i messicani, per non rimanere contaminati da corruzione e avidità. Altro valore che preme ad Alessandro è la sobrietà della vita. Qui, ho l’impressione, sia detto en passant, che egli si sia ispirato a Ivan Illich (1926-2002), sociologo viennese, fondatore del Centro Interculturale di documentazione (CIDOC) a Cuernavaca (Messico), prestigioso laboratorio di analisi critica del neoliberismo e dei suoi micidiali effetti. Nei suoi libri, Per una storia dei bisogni, La Convivialità e altri, Illich, con anticipo sui no-global, intuisce che il libero mercato capitalistico ha distrutto lo stile di vita autosufficiente, la saggezza dei contadini e degli artigiani di un tempo declassandola a folklore. L’uomo è diventato passivo strumento di una spirale perversa che produce per consumare e consuma per produrre. Il caleidoscopio delle offerte superflue è allucinante. I beni immessi nel vortice consumistico hanno perso connotazioni oggettive e valore d’uso, cioè la capacità di soddisfare i bisogni essenziali. Siamo in presenza di un orgia di consumi distorti la cui crescita è direttamente proporzionale all’abbassamento della qualità di vita. Per trovare una via d’uscita Illich propone la «convivialità» e Di Battista una democrazia radicale. Ciò non significa, bene precisarlo il ritorno alla vita di un tempo e alle condizioni di fatica, miseria e precarietà. Ma, attraverso una «società solidale», ottenere un consumo frugale, qualitativo e non quantitativo. Non austerità ma solidarietà: concetto che troviamo anche in Serge Lautoche. Un nuovo mondo in cui ognuno sentirà la gioiosa ebrezza della sobrietà volontaria. Quid plura? Concludiamo. Il valore di un saggio, più che dal successo immediato, deriva dalla sua vitalità. Vi sono classici che si rileggono a distanza di tempo con rinnovato diletto. Per W. Benyamin la vera arte è tela incantata che avvolge i fatti della Storia per proteggerli dalla decomposizione. Evidente che A testa in su, tramandando lo «spirito dei tempi» (Zeit Geist), rientri a buon diritto nel novero di quei capolavori che emanano perenne spontaneità. Qualche saputello del perbenismo piccolo-borghese, attribuisce a Di Battista tesi visionarie, inapplicabili, farfalline. La verità è che navigare contro corrente attira ostilità. Ammettiamo, per un momento, che egli sia un sognatore. Viene da domandarsi: è preferibile essere un pensatore capace di sognare o un pragmatista incapace di pensare? Circa la tanto bistrattata utopia, spendiamo una parola. Ernst Bloch (1885-1977) sostiene che essa non è fuga nell’irreale, ma potenzialità concreta di un desiderio cosciente per generare feconde e nuove situazioni di vita. Nell’etimo greco infatti, assume un duplice significato. Può derivare sia da ou-topia (non luogo) che da eu-topia (luogo di vita felice). Nel secondo caso, il concetto di utopia è speranza razionale, maieutica, impegno socratico nella ricerca della verità. Non confondiamo don Chisciotte che combatte contro i mulini a vento scambiandoli per giganti con chi riflette sulle cattive strutture del proprio tempo sperando di abbatterle. Anatole France ripete: Senza gli utopisti del passato, gli uomini vivrebbero ancora nelle caverne, miserabili e nudi. Sono gli utopisti che hanno tracciato il piano della prima città. Da sogni coraggiosi sono nati benefici reali. Sul realismo utopico si sono espressi: Platone nella Repubblica, Tommaso Moro in Utopia, Tommaso Campanella nella Città del sole, Francesco Bacone in Nuova Atlantide. In tempi più vicini, Victor Hugo (L’utopia è la verità di domani) e Lamartine (Le utopie sono soltanto verità premature). Intuibile come l’opera di Alessandro Di Battista, letta anche in questa chiave: bisogno di utopia, ne esca sempre bene, addirittura charmant.

 

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